Caratteri tipografici: quando un(a) font diventa brutta?

Caratteri tipografici e font: quali utilizziamo di più e quali sono definiti “brutti”

 

Era il 1455 quando Johannes Gutenberg inventò la macchina che avrebbe rivoluzionato il mondo intero: la stampa a caratteri mobili, in Cina era presente già dal 1041. Prima c’erano figure come gli scribi e i monaci amanuensi: con immensa cura e pazienza scrivevano, riportavano, traducevano tutto quello che si riteneva importante su papiri e manoscritti.

Le prime tipologie di carattere risalgono infatti agli Egizi e ai Romani che crearono gli antenati dei caratteri con grazia che utilizziamo oggi. Gutenberg rese tutto più facile consentendo la riproduzione in copie di un singolo modello tipografico.

Da allora numerosi stampatori idearono (o commissionarono) ed imposero i loro caratteri.

Si deve agli italiani Aldo Manunzio e Francesco Griffo l’invenzione del primo carattere corsivo (Bembo) nella seconda metà del 1400.

 

Con il passare dei secoli sempre più disegnatori realizzarono il loro alfabeto tipografico che ne prese automaticamente il nome.

 

Tra le font (dal francese) più amate e utilizzate dai grafici spiccano quelle Sans Serif, senza grazie.
Forse per la loro linearità e mancanza di fronzoli eccessivi, molte di queste si fanno valere da quasi un secolo.

L’intramontabile Helvetica, nato in Svizzera nel 1957 è il carattere che è stato più utilizzato in assoluto per moltissimi loghi come Lufthansa, Netslè, Panasonic e Skype per citarne alcuni. Ha avuto un documentario dedicato ed è spesso al centro di diatribe tra chi lo considera un evergreen e chi invece lo ritiene ormai saturo.
Il Futura, prodotto nel 1927 dal tedesco Paul Renner, vede alcune caratteristiche della scuola tedesca Bauhaus ed è stato adottato come carattere ufficiale di Ikea (fino al 2010, poi è stato sostituito dal Verdana) e di Dolce&Gabbana.

Un altro svizzero, il Frutiger, realizzato da Adrien Frutiger negli anni Settanta (già famoso per il simile Univers). Definito da Erik Spiekerman come il migliore carattere di sempre, compare sui segnali stradali elvetici per indicare le uscite dell’autostrada.

E ancora l’italianissimo Bodoni, della seconda metà del Settecento. Viene scelto da secoli e ancora oggi lo si trova tra i caratteri voluti dalla catena degli Hilton Hotels o nel logo di Slowfood.

Il Gill Sans, realizzato nel 1928 in Inghilterra, è divenuto popolare rapidamente e applicato in poster degli anni Cinquanta.
In seguito sono state create molteplici varianti, oggi è spesso usato da Mediaset e dal gruppo Benetton. L’Azkidenz-Grotesk, tedesco di fine Ottocento, ha avuto una forte influenza sulle font successive ed è ritenuto dal Guardian “probabilmente il migliore mai realizzato”.

Infine il Gotham, fresco del Duemila, divenuto famosissimo con “Yes we can” nella campagna elettorale di Barack Obama e tutti i meme che ne ne sono derivati.

Tra gli altri Baskerville, Ludvig, Sabon.

 

In questo universo di font, dove ce ne sono ormai a milioni, molte delle quali sono diventate a pagamento e hanno generato delle simil copie open source. Come si fa a trovare quella giusta?

 

 

Per scegliere come scrivere e comunicare visivamente prevale un “gusto soggettivo”. Ma chiedetelo a un designer qualsiasi e sarà d’accordo che il Lucida Handwriting non si può vedere.

La decisione spetta al buon gusto, che non sempre arriva in allegato con il grafico di turno. Ci si può muovere in base alle caratteristiche peculiari che possiamo ritrovare nella classificazione dei caratteri del 1956 di Aldo Novarese, la più utilizzata.

Un font brutto può disturbare la vista o peggio rovinare completamente un pay off, una pubblicità, un logo.

Tra i font riconosciuti come brutti dalla totalità (o quasi) dei designer e dei professionisti che con i caratteri ci lavorano tutti i giorni, spiccano: Bradley Hand Brush Scipt Vivaldi Curlz Papyrus.

In alcuni casi si è semplicemente sbagliato l’utilizzo. Il rinomato Comic Sans nato per i fumetti, vive perennemente accompagnato dalla frase “ruining Power Point presentation since 1994”. Che poi povero non è colpa sua, ne hanno fatto un uso completamente errato.

Molte volte si perde di vista l’obiettivo della comunicazione. Quando scegliamo un font non possiamo tralasciare la reazione che vogliamo suscitare nell’utente finale e non possiamo ignorare l’abbinamento felice con un altro font, se presente.

 

Quindi per rispondere alla domanda “quando un font diventa brutto” è difficile mettere da parte la soggettività.
Probabilmente quel font brutto lo è sempre stato, solo lo si guardava nel modo sbagliato.

 

Alcuni font sono sempre stati brutti ma lo stesso inflazionati da coloro che li usavano a forza, accecati dal loro gusto profondamente personale. Sono un caso lampante le locandine di film realizzati in un periodo, che hanno una certa coerenza. Il Trajan troneggia sui titoli della maggior parte delle pellicole tra gli anni Novanta e i primi Duemila. La mummia, City of Angel e Apollo 13 sono solo alcuni degli esempi che possiamo citare.

Nella decade successiva invece è il momento di gloria del Bank Gothic, utilizzato per promuovere il primo episodio degli Hunger Games, La Gang di Gridiron e Source Code.

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