Copywriting anni Novanta: pubblicità che hanno fatto la storia

Bastano poche frasi e le generazioni di qualche anno fa sanno riconoscere subito a quale pubblicità ci si sta riferendo.
“Tciu gusti is megl che uan”, “Ambrogio, ho un languorino”, “Antò, faccaldo!”, “C’è Gigi? E la cremeria?”, “Il canal.. chi g’asciugà ‘l canal?”, “Adesso esco e vado con il primo che incontro! Buonaseeeera”.

Slogan interni alle pubblicità che ricorderemo per sempre associati ad immagini precise.

Stiamo parlando degli anni Novanta, quando in pochi avevano il computer a casa ed erano abituati ad utilizzarlo in ufficio e in ogni caso veniva adibito ad attività come giochi su cd rom, espressioni artistiche con Paint, invio di mail ed elaboratore di testi.
Gli anni dei floppy disc, del mouse con il filo e la rotella che scorreva sul tappetino personalizzato.
Internet c’era ma non aveva nulla a che fare con l’uso che ne facciamo oggi, e pochissimi lo avevano nella propria abitazione.
Una volta tornati a casa da scuola o da lavoro tra le prime azioni veniva accesa la televisione, un’amica che restava a parlare in sottofondo per ore e che produceva jingle, parole e messaggi.
Una babysitter per i genitori impegnati.
I canali erano pochi: andavano dall’1 al 6, tre per la Rai e tre per Mediaset, e poi c’era TMC (Tele Montecarlo).
I più coraggiosi si spingevano verso Odeon, Rete A, VideoMusic e Cinquestelle.
Anche i loghi sono cambiati a rivedere quello di Rai Uno o Canale 5 ci si sente estremamente vintage.

Si trascorrevano pomeriggi interi davanti al televisore a guardare programmi dal dubbio gusto, telefilm americani tradotti male e ad assorbire gli intermezzi pubblicitari.
Senza accorgerci li imparavamo a memoria e potevamo riconoscerli ad occhi chiusi.
Ancora adesso, dopo i primi fotogrammi possiamo enunciare le battute degli spot più inflazionati di allora.

Meteore

Le pubblicità. I marchi. Gli sponsor, quegli attori o personaggi della tv che subito venivano collegati al brand e che oggi chiamiamo influencer.
Alcuni hanno fatto strada, come Massimo Lopez, Fiorello, Gerry Calà o Maurizio Costanzo e la camicia col baffo.
Altri erano un fenomeno del momento, tante meteore che poi sono sparite o si sono reinventate investendo i soldi guadagnati in quel florido periodo.

Megan Gale, l’australiana della Vodafone. Cioè Omnitel, scusate.
Stefano Accorsi, giovanissimo e lanciato dal Maxibon.
Charlize Theron, a soli 18 anni, e il suo lato b per la Martini.
Giorgio Mastrota, per sempre collegato ai materassi.
Il bellissimo Raz Degan per Jagermeister.
E tanti altri indimenticabili.

 

Pubblicità di ieri VS pubblicità di oggi

Provare a guardare oggi le pubblicità di allora fa un po’ strano: si mischia la nostalgia insieme agli evidenti errori e alle modalità ormai sorpassate da tecniche più attuali.
Senza contenuti brandizzati, senza #advertising, senza banner o pop up del clicca qui.
Uno storytelling forse un po’ superato ma che ha comunque fatto la storia.
Oggi la durata si è dimezzata, i canali dove gli spot vengono trasmessi si sono moltiplicati con YouTube e gli altri social, integrandosi in un sistema più ampio.
La sfida molte volte è di riuscire a condensare il messaggio nei 10 secondi di attesa obbligatoria prima dell’avvio di un video o di un gioco online.
Anche se c’è chi ancora ci prova a costruire una storia a puntate o una pubblicità più lunga del normale. Come l’ultima trovata di Buondì Motta che ha saputo sfruttare al meglio le critiche, rincarando la dose. Uno spot di quasi 4 minuti.

Oggi ci si avvale di sofisticati strumenti video, computer grafica, foto ritocco.
Ieri le parole d’ordine erano : tamarra, piena di stereotipi e luoghi comuni, ricca di italiani medi e fondo schiena.

Le pubblicità aiutavano i tormentoni estivi a diventare tormentoni.

La tv era una sorta di juke box dove venivano trasmesse le canzoni di tendenza del momento, quando il brano di un gruppo o cantante veniva scelto come base per una pubblicità si aveva fatto centro.
L’estate era un periodo di particolare successo in cui i copywriter di allora riuscivano a dare il meglio di se e spopolavano con il claim giusto.
Frasi o suoni che poi venivano interiorizzati e inseriti nel parlato comune o nei discorsi tra adolescenti.
Senza dimenticare le (a tratti terribili) pubblicità progresso.

 

Nostalgia canaglia

Gli anni Novanta sono stati ricchi di frasi e immagini cult che ancora oggi sono soggetti a parodie o ai quali si ispirano i nuovi creativi quando sono a corto d’idee.

Le pubblicità erano caratterizzate da intraprendenza, un invito a cogliere l’attimo. Erano in italiano, alcune addirittura con richiami al dialetto, senza l’abuso di termini inglesi che si è sviluppato invece nell’ultimo decennio, una tendenza tutta italiana.
C’erano Gigi, Ambrogio e Cesco.
Si veniva avvertiti a suon di “Ocio!”, non esisteva ancora la concezione del multichannel e la nostra attenzione non veniva bombardata come ora, in cui l’online si fonde con l’offline.
Bei tempi.

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